lunedicinema
cinema contemporaneo internazionale d'autore
agosto / dicembre 2010
I LUNEDÌ del CINEMA
Cinema Gloria
Via Varesina 79, 22100 Como

Ingressi
Intero € 7
Ridotto € 5
(Soci Arci, studenti, over 65)
Tessera 15 film € 50
lunedì 18 gennaio
Spettacolo unico ore 20.45
SAMUEL MAOZ
LEBANON
locandina evento
LEBANON
Regia e sceneggiatura SAMUEL MAOZ
Fotografia GIORA BEJACH
Montaggio ARIK LAHAV-LEIBOVICH
Musica NICOLAS BECKER

Interpreti e personaggi
YOAV DONAT Shmulik
ITAY TIRAN Assi
OSHRI COHEN Hertzel
MICHAEL MOSHONOV Yigal
ZOHAR STRAUSS Jamil
Israele 2009. 93 minuti.
Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 2009 Leone d’oro Miglior Film
Samuel Maoz
(Tel Aviv, Israele, 1962)
Sono nato a Tel Aviv nel 1962. A 13 anni, per il mio Bar Mitzva, ricevetti in dono una cinepresa a 8mm e quattro minuti di pellicola. Quando compii 18 anni avevo già realizzato decine di cortometraggi. La guerra scoppiò il 6 giugno 1982, avevo 20 anni.. Quando tornai a casa, mia madre mi abbracciò piangendo ed esprimendo la sua gratitudine al mio defunto padre, a Dio e a tutti coloro che mi avevano protetto e fatto tornare a casa sano e salvo. In quel momento non si rese conto che non ero tornato a casa sano e salvo. Anzi, che non ero affatto tornato a casa. Non sospettava minimamente che suo figlio fosse morto in Libano e che stava abbracciando un guscio vuoto. Nel 1987 ho completato i miei studi di cinema alla Beit Zvi Academy of the Arts. Ho fatto delle occasionali sortite con un paio di cortometraggi e ho vissuto sull'onda dell'inerzia del tempo che passa, ma mi ci sono voluti 20 anni per “tornare finalmente a casa” realizzando LEBANON.
Prima Guerra del Libano, giugno 1982. Un carro armato solitario è inviato a perlustrare una cittadina ostile che è già stata bombardata dall'Aviazione Militare israeliana. Quella che sembra essere una semplice missione sfugge pian piano al controllo e si trasforma in una trappola mortale, in un incubo da brividi… Campo di girasoli con carrarmato, la prima e l’ultima inquadratura del film, a sottolineare l’inesorabile estraneità della guerra, dei suoi strumenti, dei suoi luoghi. Lo spazio del carrarmato è il vero set del film. Uno spazio con sguardo interno, il teatro del confronto tra quattro giovani catapultati da un giorno all’altro in guerra, econ particolare sguardo esterno, forzatamente limitato, che appare dalle particolari vedute dell’autista e del tiratore scelto. Quest’ultimo il regista del film che mette in scena la sua reale esperienza di soldato di leva ventenne. Un doppio sguardo di rara intensità e verità che da un lato esplora in profondità i conflitti dei giovani soldati israeliani, le loro alterne crisi di panico, tutta la loro inesperienza di soldati, ma soprattutto di uomini; dall’altro lo sguardo esterno è chiara metafora di una visione chiusa e parziale, priva di un qualsiasi sguardo di insieme, di un rapporto con un “fuori” che potrebbe essere ovunque. Ed infatti la missione dei quattro giovani procede come alla cieca, arrivando a non sapere neppure dove essi siano realmente. “Lebanon” è un film personale, un film su quattro ragazzi che non avevano mai vissuto una situazione di violenza prima e che si ritrovano a uccidere degli esseri umani, in una situazione che non riescono più a reggere, nel disperato tentativo di non perdere la loro vita e la loro umanità nel caos della guerra.che esige le sue vittime.
Note di Samuel Maoz
Il 6 giugno 1982, alle 6:15 del mattino, uccisi un uomo per la prima volta nella mia vita. Non lo feci per scelta, né perché mi era stato ordinato. Fu un'istintiva reazione di autodifesa, un gesto privo di motivazioni emotive o intellettuali, dettato solo dal primordiale istinto di sopravvivenza che non prende in considerazione fattori umani, un istinto che si impone in una persona che si trova di fronte a una tangibile minaccia di morte. Il 6 giugno 1982 avevo 20 anni.Venticinque anni dopo quella infelice mattina che inaugurò la prima Guerra del Libano, ho scritto la sceneggiatura del film Lebanon. Mi ero già cimentato prima con il contenuto, ma ogni volta che iniziavo a scrivere, l'odore della carne umana carbonizzata riaffiorava nelle mie narici e mi impediva di continuare. Sapevo che quell'odore evocava scene indistinte che avevo sepolto nel profondo della mia mente. Dopo anni di trauma passivo e di violenti attacchi di rabbia, avevo imparato a identificare quel momento sinistro e a sfuggirvi in tempo. Meglio vivere nella negazione che non vivere affatto.